Ci sono immersioni che appagano semplicemente gli occhi, e altre che lasciano un segno profondo. Il relitto del Baron Gautsch, adagiato sui fondali a circa 7 miglia nautiche al largo della costa dell’Istria (tra Rovigno e le Isole Bioniche / Brijuni), appartiene a quella rara categoria di tuffi in cui la bellezza della vita sommersa, la gravità della storia e un pizzico di leggenda pirata si fondono in un’unica, indimenticabile emozione.
Definito da decenni il “Titanic dell’Adriatico”, questo imponente piroscafo passeggeri della Marina Austro-Ungarica è una delle mete più ambite e rispettate dell’intero Mar Mediterraneo. Ma qual è la vera storia che si nasconde tra le sue lamiere incrostate di vita?
Una rotta verso la tragedia
Costruito nei rinomati cantieri navali Gourlay Brothers & Co. di Dundee, in Scozia, e varato nel 1908 per conto del prestigioso Lloyd Austriaco, il Baron Gautsch rappresentava il fiore all’occhiello della navigazione cabotiera dell’epoca. Battezzato in onore del barone Paul Gautsch von Frankenthurn, tre volte Primo Ministro austriaco, il piroscafo era un capolavoro di eleganza e ingegneria navale: lungo 84,5 metri, largo 11,64 metri e con un dislocamento di oltre 2.000 tonnellate, era spinto da tre motori a vapore a tripla espansione per una potenza complessiva di circa 4.600 cavalli, garantendogli una velocità di crociera di 17 nodi.

Con i suoi tre maestosi ponti, raffinati saloni di prima e seconda classe e una capienza omologata per 300 passeggeri, il Gautsch copriva regolarmente la rotta celere della Dalmazia. Collegava Trieste ai principali porti dell’Adriatico meridionale, fino a Cattaro (Kotor) e Lussinpiccolo, offrendo uno standard di viaggio lussuoso per l’alta borghesia e per gli ufficiali della duplice monarchia.




Nell’estate del 1914, con lo scoppio della Prima Guerra Mondiale, la nave venne utilizzata per evacuare civili, turisti e famiglie di ufficiali austriaci in fuga dal conflitto. Durante il suo ultimo viaggio verso Trieste, il 13 agosto 1914, il Gautsch entrò per errore in una zona sbarrata dai campi minati posati dalla stessa Marina Austro-Ungarica per proteggere il porto di Pola.

Alle 15:45, l’impatto con una mina navale sul lato sinistro aprì uno squarcio devastante nello scafo. L’acqua invase rapidamente la sala macchine e la nave si inclinò su un fianco: in appena sette minuti il Baron Gautsch colò a picco. L’inclinazione immediata della struttura e il panico generale resero quasi impossibile calare la maggior parte delle scialuppe di salvataggio. Nonostante l’intervento di alcune imbarcazioni di soccorso, il naufragio causò 177 vittime, in gran parte donne e bambini rimasti intrappolati nei saloni e nei ponti inferiori.
La catena degli eventi: tra fatalità e segnali inascoltati
Attorno a quel pomeriggio di metà agosto del 1914 non si consumò solo un disastro navale, ma una catena di fatalità, incomprensioni e decisioni avventate che trasformarono una traversata di routine in una tragedia immane. Storie che ancora oggi, durante il briefing in barca prima del tuffo, ritornano nei racconti dei subacquei:
L’allarme inascoltato
Durante la risalita da Cattaro verso Trieste, il Baron Gautsch incrociò il posamine austro-ungarico Basilisk. Vedendo che il piroscafo procedeva a tutta velocità tagliando dritto verso il perimetro del campo minato appena posato, il Basilisk lanciò disperati segnali ottici e acustici con la sirena per intimare l’immediato cambio di rotta. I segnali, inspiegabilmente, vennero ignorati.
Il mistero del ponte di comando
Perché la nave non accostò? Secondo i verbali dell’epoca, il comandante Paolo Winter non si trovava in plancia: si era ritirato nella sua cabina lasciando la condotta del piroscafo al secondo ufficiale di coperta, Giuseppe Luppis. Il giovane ufficiale, poco esperto della tratta o ignaro dell’esatta collocazione delle nuove barriere difensive riservate alla Marina, mantenne la rotta più breve e tragica.
Il panico del comando e l’allarme mai suonato
Al momento del boato, il comandante Winter si precipitò fuori dalla sua cabina verso la plancia, ma accortosi di non poter più salvare la nave cadde nel panico. Iniziò a urlare alla folla nel tentativo di mantenere la calma, ma dimenticò di far azionare la sirena d’emergenza e persino di dare ordini chiari all’equipaggio per l’abbandono nave.
Il dramma dei salvagenti chiusi a chiave
A rendere ancora più assurda la tragedia fu la gestione delle dotazioni di bordo. I giubbotti di salvataggio erano stati stipati nelle casse di legno lungo i ponti e chiusi a chiave: un’assurda misura precauzionale adottata per evitare che i passeggeri li rovinassero o li utilizzassero impropriamente durante la navigazione. Nei pochissimi minuti a disposizione dopo l’esplosione fu impossibile trovare le chiavi per aprirli, lasciando centinaia di passeggeri senza alcun supporto in acqua.
I soccorsi
Il tempestivo intervento del Basilisk e dei piroscafi Coresi e Aida, giunti sul posto poco dopo l’affondamento, permise di trarre in salvo 159 persone strappandole alle acque dell’Adriatico, prima che il piroscafo scomparisse definitivamente sul fondo.

L’apertura ufficiale alle immersioni e la tutela
Per molti anni l’immersione sul Gautsch è stata un’attività ufficiosa, riservata a pochi esperti pronti a sfidare le restrizioni militari della Jugoslavia dell’epoca.
La svolta arrivò nei primi anni ’90, quando il Ministero della Cultura della neonata Repubblica di Croazia riconobbe l’inestimabile valore storico e archeologico del relitto. Per evitare lo sciacallaggio (in passato vennero rimosse perfino tre eliche) e garantire la sicurezza dei sub, il Gautsch fu dichiarato patrimonio culturale protetto.
Il sito venne regolamentato e aperto al turismo subacqueo guidato nel 1995, affidando la gestione a centri sub locali autorizzati (Rovigno, Orsera, Pola). Vennero installate gavitelli fissi per l’ormeggio e stabiliti divieti severi di penetrazione profonda senza autorizzazioni, trasformando il relitto da cimitero dimenticato a uno dei santuari sommersi più visitati e rispettati d’Europa.

Profilo dell’immersione: dentro la leggenda
Il relitto giace in perfetto assetto di navigazione su un fondale di sabbia tra i 37 e i 40 metri. Solitamente le barche di appoggio collegano le cime di discesa su due punti fissi: una a prua e una a poppa. Questa configurazione permette di pianificare un’affascinante “traversata del relitto”, a patto di coordinarsi perfettamente col barcaiolo per non sbagliare cima di risalita.
Esterno e sovrastrutture (Controcoperta e Coperta di passeggio)
Anche senza penetrazioni interne, risalire le sovrastrutture tra i 28 e i 35 metri regala grandi spunti fotografici grazie alle grandi aperture da cui penetra la luce:
- La Prua: Mostra l’elegante e affilato tagliamare verticale, tipico dell’architettura navale di inizio ‘900, con le due grandi ancore ancora saldamente alloggiate nelle loro cubie.
- Le Passeggiate e i Saloni: Correndo lungo i ponti si incontrano il salone di prima classe e quello di seconda classe, le casse contenenti i resti dei vecchi salvagente e gli osteriggi che davano luce alla sala macchine.
- Plancia e Poppa: Si distinguono nettamente i fori dei grandi fumaioli, la plancia di comando, la timoneria di poppa con i mozzi delle ruote dei timoni e l’elegante sagoma finale della poppa che sbalza sopra la grande pala del timone.
Penetrazione consentita (I° e II° Ponte di Coperta)
L’ingresso all’interno del relitto è oggi regolamentato dalle norme di tutela croate e consentito esclusivamente nei primi due ponti superiori, dove le ampie aperture del tetto e delle passeggiate garantiscono vie di fuga immediate e buona luminosità. In questa sezione è ancora possibile ammirare:
- I locali storici e i dettagli d’epoca: La cucina con il suo celebre lavabo in ceramica ancora integro, i bagni con le vasche e gli orinatoi in porcellana su cui si leggono i marchi di fabbrica originali, il bar di bordo e gli alloggi di prua.
- Le strutture di bordo: I resti dei vani ascensore, i pozzi delle catene delle ancore, la famosa cassaforte (ormai aperta e vuota), la parte alta della sala macchine con le sue passerelle e gli alloggi di poppa.
- Nota di sicurezza: Anche nei primi due ponti è indispensabile un ottimo controllo dell’assetto per evitare di sollevare la sottile fango-sospensione depositata sulle strutture.
ZONA VIETATA: I ponti inferiori e le viscere della nave (III° Ponte)
I locali situati dal terzo ponte in giù — inclusi la parte bassa e profonda della sala macchine, le enormi caldaie, il deposito bagagli, le stive inferiori e gli alloggi dell’equipaggio — sono rigorosamente interdetti alle immersioni ricreative e guidate.
Oltre al divieto stabilito dal Ministero della Cultura croato per tutelare il sito, la penetrazione in questi ambienti è da considerarsi estremamente pericolosa: i solai e le pareti interne, indeboliti da oltre un secolo di corrosione marina, presentano un rischio elevatissimo di crolli improvvisi, passaggi ostruiti e perdita totale dell’orientamento.


Note tecniche e consigli di immersione
- Brevetti richiesti: È un’immersione adatta a subacquei con brevetto Advanced Open Water / 2° Grado (meglio con specialità Deep e Wreck). L’uso di miscele Nitrox (EAN29 o similari) è fortemente consigliato per ottimizzare i tempi di fondo senza accumulare eccessivo tempo di decompressione.
- Gestione dell’assetto: Sul Gautsch un assetto impeccabile non è solo una virtù, è un dovere. Le sospensioni sollevate dalle pinneggiate possono azzerare la visibilità nei passaggi interni, e la delicatezza degli organismi che ricoprono la struttura merita la massima attenzione.
Un oasi di vita e un dovere di memoria
Il ferro del Gautsch si è trasformato negli anni in una barriera artificiale ricchissima: banchi di saraghi fasciati e castagnole avvolgono la plancia come nuvole d’argento, mentre nei cunicoli spuntano grandi granseole, murene e cernie.
Quando risali verso la superficie lungo la cima, guardando la sagoma del piroscafo sfumare lentamente nel blu, non stai solo completando una grande immersione tecnica o fotografica: stai lasciando un santuario della storia che merita tutto il nostro rispetto.
Per chi vuole approfondire
Per chi desidera ricostruire il contesto storico, le vicende umane e i misteri che avvolgono la tragedia del piroscafo del Lloyd Austriaco, segnaliamo alcune risorse fondamentali:
- Saggistica e narrativa: Il romanzo del giornalista e scrittore triestino Pietro Spirito, “L’ultimo viaggio del Baron Gautsch”, ripercorre con rigore e sensibilità le storie dei passeggeri e le concitate ore del naufragio.
- Documentari: Il film-documentario del regista Renzo Carbonera, “Il naufragio del Baron Gautsch”, analizza le dinamiche del disastro, le testimonianze d’epoca e le indagini sul relitto. È disponibile su Prime Video.
- Articoli di approfondimento: La serie in due parti pubblicata su Daily Nautica:
➡️ Baron Gautsch, il Titanic dell’Adriatico – Parte 1
➡️ Baron Gautsch, il Titanic dell’Adriatico – Parte 2
- I video delle nostre immersioni:
➡️ Il gigante sommerso: la leggenda del Baron Gautsch, di Paolo Carraro
➡️ Il Titanic dell’Adriatico: immersione sul relitto del Baron Gautsch, di Andrea Lughi





