A poche miglia dal litorale del Cavallino, di fronte alla foce del fiume Sile, il fondale sabbioso del Nord Adriatico custodisce uno dei relitti più affascinanti della zona: il Vila, un piroscafo da trasporto che oggi rappresenta una delle immersioni più amate da chi frequenta le acque tra Venezia e Jesolo.
La storia dell’affondamento
Immergersi sul relitto del Vila significa regalarsi un’esperienza ricca di fascino, storia e biodiversità. Costruito nei primi del Novecento e registrato come imbarcazione da trasporto merci di circa 3.365 tonnellate di stazza, questo mercantile italiano era impiegato sulle rotte commerciali dell’Adriatico per la movimentazione di materie prime. Il suo epilogo sottomarino si consumò nelle prime ore del mattino del 20 febbraio 1935.
Durante una violenta mareggiata invernale che batteva il Golfo di Venezia, la visibilità ridotta al minimo e la furia delle onde portarono alla collisione tra il Vila, che viaggiava a pieno carico con stive colme di grano e fosfati, e il piroscafo Rodi. L’urto violento aprì una falla insanabile lungo lo scafo; nonostante le manovre di emergenza, la nave colò a picco a circa 4 miglia dalla foce del Piave Vecchio, adagiandosi su un fondale sabbioso a 22 metri di profondità in perfetto assetto di navigazione, orientata verso il mare aperto.

Il profilo dell’immersione
Il profilo dell’immersione si presenta estremamente fruibile ed entusiasmante per diversi livelli di brevetto, rivelandosi una meta ideale sia per i subacquei in possesso del livello Open Water con un minimo di esperienza, sia come scenario per il corso di specialità in immersioni sui relitti. Raggiunto il fondo lungo la cima di discesa, la sagoma del piroscafo comincia a stagliarsi nel blu. Nonostante il trascorrere di quasi un secolo abbia inevitabilmente logorato le sovrastrutture metalliche superiori, il sito conserva intatta l’imponente ossatura del fasciame e ampie sezioni della nave ben distinguibili.

Biodiversità e vita subacquea
Oggi la struttura metallica si è trasformata in un’oasi di vita e in una vera e propria barriera artificiale, perfettamente integrata nell’ecosistema delle Tegnùe adriatiche. Pinneggiando lungo il perimetro delle stive e tra le lamiere contorte della poppa, l’esplorazione regala incontri ravvicinati iconici: il relitto è il regno incontrastato di imponenti astici che difendono i propri anfratti e di grandi gronghi stanziali che sporgono curiosi dalle cavità dell’imbarcazione. Negli angoli più riparati è facile imbattersi in corvine, spigole, orate e caponi. Sollevando lo sguardo verso l’alto, è frequente trovarsi avvolti da fitti banchi di pesce azzurro, saraghi, moli e castagnole che sfrecciano nel blu, oltre alle immancabili bavose e ghiozzi che popolano ogni centimetro di lamiera incrostata.

Indicazioni tecniche e sicurezza
Per godere appieno di questo tuffo nella storia è raccomandata una corretta pianificazione, con un’attenta gestione della scorta d’aria e dei tempi di no-decompressione. Trattandosi di un fondale fangoso-sabbioso tipico dell’Alto Adriatico, il mantenimento di un assetto neutro impeccabile e un colpo di pinna controllato sono fondamentali per preservare una visibilità ottimale ed evitare di sollevare la sospensione. La presenza periodica di corrente lungo la colonna d’acqua rende la cima d’ancoraggio il punto di riferimento imprescindible per la discesa, la risalita e la regolare tappa di sicurezza. La penetrazione nelle strutture interne è sconsigliata a causa dell’invecchiamento delle lamiere, ma il tour esterno del perimetro e della coperta offre una ricchezza di dettagli storici e biologici tale da rendere questa immersione un’esperienza indimenticabile a ogni discesa.





