Sestri Levante è una bellissima cittadina costiera ligure. Conosciuta come la Città dei due mari, si affaccia sulle rinomate baie “delle Favole” e “del Silenzio”.
Un mare pulito e una ricca fauna marina attirano qui molti appassionati di immersioni. A questi motivi si aggiunge il grande fascino dei relitti sommersi. La zona ne ospita diversi, risalenti quasi tutti alle due guerre mondiali, quando sommergibili e motosiluranti cacciavano le navi da trasporto.
Con il passare del tempo, i ponti dei bastimenti affondati si sono trasformati in vivaci barriere artificiali. Pesci, anemoni, spugne e altri organismi incrostanti ricoprono oggi le lamiere, donando ai relitti una seconda vita. Uno di questi resti è famoso da decenni tra i subacquei. Tuttavia, la sua identità è rimasta un mistero per molto tempo, tanto che molti lo chiamano ancora “Cargo Armato“.
La storia
In origine la nave era un vecchio peschereccio d’altura francese costruito nel 1926 con il nome di “Islande“. Lo scafo misurava 64 metri di lunghezza, 10,4 di larghezza e 5,2 di altezza.
Nel 1938 un’altra compagnia di pesca francese acquistò il battello e lo battezzò “Cap Nord“. L’anno seguente la Marina francese requisì l’imbarcazione, la armò e la impiegò come guardacoste al largo di Casablanca.
Dopo il disarmo del 1941, la nave tornò a pescare nei mari del nord con il nome di “Ginette Le Borgne” (Ginette la Guercia). Nel 1942 i tedeschi confiscarono il peschereccio a Marsiglia. Lo trasformarono quindi in caccia-sommergibili con la sigla “UJ2207“. La nave entrò così nella flottiglia “UJ22“, insieme al “Marcella” e all'”Incomprèse“, anch’essi destinati all’affondamento in queste acque.

La nave compì il suo ultimo viaggio il 19 novembre 1944, mentre scortava il piroscafo “Dominante” da Genova verso La Spezia. A metà percorso, nella baia di Sestri Levante, tre torpediniere alleate salpate da Bastia (le inglesi MTB 420 e 422 e l’americana PT 308) la intercettarono. Due siluri colpirono il cargo al centro, provocandone il rapido affondamento e la morte del comandante e di un ufficiale.
Dopo la guerra, gli storici persero le tracce dell’identità esatta del relitto. I sub sapevano solo che i palombari ne avevano smantellato una parte nel dopoguerra per recuperare il carico (operazione in cui perse la vita un operatore). Solo alla fine degli anni ’90 il noto fotografo subacqueo ligure Andrea Ghisotti, insieme allo storico tedesco Manfred Krellenberg, riuscì a identificare la vera storia del battello.
L’immersione
La nave giace oggi in assetto di navigazione su un fondale compreso tra i 26 e i 36 metri. Questa profondità rende il sito accessibile a tutti i subacquei con brevetto medio-avanzato. L’esplosione della sala macchine ha diviso la struttura in due tronconi: la prua punta verso il mare aperto, mentre la poppa si trova poco distante, fuori asse.

La prua rappresenta la sezione meglio conservata e offre solitamente la visibilità migliore. Attraverso un’ampia fessura i subacquei possono effettuare una breve penetrazione all’interno. I vani interni offrono un rifugio sicuro a gronghi e grandi aragoste. Per uscire si può utilizzare lo squarcio creato dall’esplosione oppure un grande boccaporto sulla coperta.
Una scala porta al castello superiore, dove si trovano ancora i resti dei servizi igienici, alcuni scaffali e gli alloggi dell’equipaggio. Durante l’esplorazione si notano chiaramente gli affusti delle mitragliatrici, diversi proiettili da 88 mm, i caricatori da 20 mm e le rotaie della catapulta per le bombe di profondità.
L’impatto dei siluri e il lavoro di recupero dei palombari hanno reso la zona centrale quasi irriconoscibile. Anche la poppa versa in cattivo stato di conservazione e soffre spesso per la sospensione sollevata dalla corrente sul fondo fangoso. Ciononostante, è possibile distinguere i resti delle caldaie e dei lancia-bombe antisommergibile.

Il relitto è diventato una ricca oasi biologica. Con un pizzico di fortuna si possono incontrare magnifici esemplari di pesce luna (Mola mola), che nuotano spesso attorno alle sovrastrutture della nave.





